Autore: Pietro Nisii
La "Road Map" per una bioetica condivisa
Il contributo "Appunti per una bioetica condivisa" pubblicato all'inizio dell'anno su Ragionamenti e la successiva intervista del cardinale Martini e del senatore Marino su L'Espresso hanno sfatato la leggenda di una siderale distanza tra laici e credenti sui fondamenti primi della bioetica.
Chi scrive ha ricevuto positivi riscontri non solo da autorità religiose e politiche ma anche da medici cattolici che hanno mostrato una insospettata apertura mentale e disponibilità al dialogo.
Probabilmente ha influito la malattia di Giovanni Paolo II, primo pontefice sottoposto a tracheostomia e, probabilmente, a ventilazione artificiale intermittente: dopo di lui tutti i suoi successori dovranno fare i conti con la rianimazione, come tutti gli esseri umani giunti al termine della loro vicenda terrena, ed è quindi giusto fare chiarezza assoluta su queste fondamentali questioni.
Si rende necessaria una Road Map per semplificare un cammino reso oggi accidentato e difficile dagli opposti estremismi: tutte le persone di buona volontà debbono incontrarsi e delineare le modalità di un percorso comune.
Un dibattito pubblico tra il cardinal Martini ed il ministro Amato potrebbe costituire l'ottimo avvio di un dialogo "alto" al livello culturale e filosofico, cui dovrebbe seguire la serie di iniziative al livello politico, cominciando con l'inquadrare il tema del partito democratico in una consecutio più logica: oggi si discute molto sul contenitore e per niente sul contenuto, molto sul partito e per niente sul programma e, da redivivi scolastici, si punta tutto sul nome trascurando la cosa. I nostri politici dovrebbero essere consci della gracilità di un progetto politico privo di precisi accordi preliminari sui grandi temi della collocazione europea, lavoro, scuola, famiglia e, appunto, bioetica.
Dopo le vacanze Fassino e Rutelli dovrebbero organizzare un gruppo di lavoro comprendente i cattolici Marino e Binetti ed i laici Veronesi e Flamigni, per verificare la possibilità di un linguaggio comune tra le diverse anime del centro-sinistra in tema di bioetica, certamente valido per il futuro confronto al livello parlamentare col centro-destra, ma comunque indispensabile per il costituendo partito democratico e per la politica del governo nell'arco della legislatura.
Il ministro della Salute a sua volta deve operare nell'ambito delle sue competenze assumendo iniziative nel campo delle malattie terminali, oncologiche e neuro-degenerative: in tempi rapidi occorre attuare la semplificazione delle procedure amministrative per l'impiego degli analgesici, realizzare dovunque l'ospedale senza dolore previsto dall'accordo Stato-Regioni del 2001 e progettare concretamente l'organizzazione territoriale secondo la filiera: ospedale-hospice-medico di famiglia-Odo (ospedale domiciliare oncologico)-Onlus.
Una commissione ad hoc deve produrre le linee-guida per la corretta applicazione della rianimazione cardio-respiratoria, idro-elettrolitica, calorica ed ematica: non è più accettabile prolungare l'agonia di un malato terminale con inutili trasfusioni di sangue, rischiando in altre occasioni di non avere il necessario per salvare una giovane vita in pericolo. Sono oggi indispensabili codici precisi per una condotta professionale uniforme, sottratta al giudizio soggettivo dei singoli ed ancorata a precisi punti di riferimento giuridici ed etici.
In questa ottica il testamento biologico, certamente ottimo in via di principio, risulta pericoloso per le inevitabili risse parlamentari che scatenerebbe, inutile perché il rifiuto del trattamento sanitario è consentito dall'articolo 32 della Costituzione, comunque poco sentito dall'opinione pubblica (in Germania gli atti ufficiali ammontano al 18%, mentre le cifre europee sono molto più basse), ed infine assurdo se non è vincolante per il medico.
Appare molto più ragionevole ipotizzare un diverso percorso: la commissione tecnica istituita dal ministro e quella nazionale sulla bioetica determinano i confini tecnico-scientifici, giuridici ed etici della condotta professionale dei medici, e poi, al livello operativo locale, le commissioni per il trapianto degli organi e quelle bioetiche accertano nei singoli casi quando le procedure rianimatorie si sono trasformate in mero accanimento terapeutico, ordinandone quindi l'interruzione.
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