Data pubblicazione: 27/11/2006
Autore: Pietro Nisii
 

Le età della vita e della morte - appunti per una bioetica condivisa -

Il recente referendum sulla procreazione medicalmente assistita si è trasformato in una rissa ideologica che ha portato alla sconfitta di tutti, vincitori e vinti. L'impossibilità di un dialogo costruttivo deriva anche dal tumultuoso incalzare dei progressi tecnico-scientifici che in pochi decenni hanno spiazzato Istituzioni e individui incapaci di metabolizzare rapidamente l'improvvisa comparsa di nuove situazioni e problemi.

 

La prima bambina concepita in provetta è ancora in età giovanile, mentre soltanto recentemente è comparso un paziente "artificiale", "attinto da fuoco amico", per adoperare un'espressione bellica diventata d'uso comune. Fino a tempi recenti i pazienti oncologici e quelli colpiti da gravi malattie di tipo degenerativo affrontavano un uguale destino, un'agonia dolorosa ma breve. L'organismo decadeva rapidamente e la morte liberatrice sopravveniva nell'arco di settimane o di mesi: oggi le nuove risorse diagnostico-terapeutiche, se risultano talvolta incapaci di debellare la malattia, sono peraltro quasi sempre in grado di "cronicizzarla" assicurando una sopravvivenza lunga ma drammaticamente povera in termini di qualità della vita. Tanti pazienti si trovano oggi nella condizione dei condannati a morte negli Stati Uniti, in attesa nella cella della morte per anni e decenni dell'inevitabile esecuzione, ed è così enormemente aumentata negli ultimi tempi la pressione individuale e sociale in favore dell'eutanasia perché troppo lungo è diventato il tempo di vita artificiale, dolorosa e senza speranza.

 

Il recente caso di Terry Schiavo ha portato alla luce il dramma sommerso dei "morti-viventi" sopravvissuti alle procedure di rianimazione con imponenti deficit psico-motori, come conseguenza di un intervento rianimatorio tardivo o maldestro. Anche questa condizione è del tutto recente: la rianimazione è praticamente nata con la grande epidemia di poliomielite della Danimarca e dei paesi scandinavi del 1951-1952, Jude e Kouwenhoven descrissero nel 1960 le tecniche di rianimazione "sul terreno" - massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca - praticabili anche da non medici, e negli anni '70 si diffusero i centri di rianimazione che attraverso la ventilazione artificiale ed il controllo dell'equilibrio idro-elettrolitico, calorico ed ematico riuscivano a mantenere in vita pazienti in condizioni critiche.

 

Questo nuovo genere di pazienti "iatrogenici", generati dall'intervento del medico e dai progressi della scienza rianimatoria pone un problema di bioetica che occorre risolvere nell'interesse dei pazienti, delle famiglie e della società.

 

Quattro sono i nuovi problemi di bioetica che occorre affrontare: procreazione medicalmente assistita; cure palliative e terapia del dolore; stati vegetativi permanenti; eutanasia. I temi in discussione attengono a due distinti piani: i problemi tecnico-scientifici e quelli di tipo giuridico, e per raggiungere un accordo preliminare sui punti fondamentali di una bioetica condivisa dalla maggioranza delle persone ragionevoli e in buona fede, occorre isolare i pasdaran e i fondamentalisti delle due parti.

Ad esempio, l'embrione non è un grumo di cellule ma neanche un soggetto dotato della capacità civile ai sensi dell'articolo 1 cc; in ogni caso la sua crioconservazione, che migliora radicalmente le possibilità di successo, non può essere considerato in nessun caso un insulto alla sua dignità di materia vivente.

 

Il buon senso deve fare respingere l'obiezione posta ad una massiccia somministrazione di antidolorifici in quanto suscettibile di un accorciamento della vita del paziente a causa della depressione dei centri cardio-respiratori. A fronte di un possibile accorciamento di giorni esiste il precedente prolungamento artificiale di una vita inesorabilmente condannata ad opera dei nuovi importanti presidii diagnostico-terapeutici, e se dunque il medico è abilitato in un senso deve esserlo anche nell'altro, specie quando agisce per un nobile fine: i latini affermarono che divinum est opus sedare dolorem.

 
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