Data pubblicazione: 02/04/2007
Autore: Leo Solari
E-mail: l.solari@sinistra-europea.it
 

L'Europa di anime elette può essere l'Europa del popolo

"Perché mai", ebbe ad osservare il filosofo Jurgens Habermas, in una sua intervista di due anni fa, "gli europei dovrebbero entusiasmarsi per un progetto che fino ad oggi e stato realizzato sopra le loro teste?". Habermas si riferiva, ovviamente, all'unificazione europea. Avvicinandosi la ricorrenza del cinquantenario del Trattati di Roma si riaccenderanno i riflettori sui problema del modo di rimediare al naufragio del Trattato sulla Costituzione europea. Forse gioverebbe che il tema sollevato da Habermas con quella osser­vazione non rimanesse ignorato nelle riflessioni che si verranno facendo. In effetti al storia dell'unificazione europea ha continuato ad avere sempre un'impronta nettamente elitaria. Essa e stata la storia del tenace, vigoroso impegno europeistico di elite illuminate e di indirizzi di governo che riflettevano esigenze di sicurezza (quando incombeva la minaccia sovietici), giudizi di politica economica e, non poco, anche l'interesse a scaricare su un'autorità sovranazionale la responsabilità di politiche e regole la cui adozione sarebbe altrimenti risultata più difficile. E si è fatto così. un cammino straordinario, superando non poche gravissime crisi. Ma, moltiplicatesi le difficoltà nella costruzione europea, potrà ancora bastare l'impegno dei vertici e delle elite a porre l'Unione in grado di compiere passi importanti verso l'unità politica?

 

Certo, si può ragionevolmente presumere che i gover­ni dei Paesi membri riusciranno, alla fine, a concordare, attraverso laboriosi compromessi, soluzioni volte a ren­dere meno arduo il far fronte a quei problemi di funzionalità delle istituzioni dell'Unione che sono stati tra le ragioni del Trattato costituzionale europeo. Esiste al riguardo un ventaglio di ipotesi. Anche nella più favore­vole di esse le soluzioni suscettibili di essere concordate a livello della globalità o semiglobalità dei Paesi dell'Unione rimarrebbero peraltro distanti da quelle atte ad assicurare alla costruzione europea un adeguato aumento dei coefficienti di unita politica.

 

Per poter andare più in là occorrerebbe l'intervento di un nuovo fattore atto a supplire all'indebolimento delle ragioni per le quali i governi dei Paesi membri sono stati interessati o disposti a promuovere, o a non ostacolare, ulteriori sviluppi dell'unificazione europea. Questo fattore potrebbe essere rappresentato da una forte, costante pressione dell'opinione pubblica perché l'Europa avanzi verso l'unita politica. Purtroppo però il sentimento di adesione alla causa europea - sentimento che in una notevole parte degli europei non e mai stato particolarmente vivo - ha registrato un sensibile intiepidimento da alcuni anni a questa parte. A generare in tanti cittadini europei disincanto nei riguardi dell'Unione hanno concorso molteplici ragioni tra le quali una congiuntura economica fino a qualche tempo fa tendente al ristagno con effetti suscettibili di essere giudicati addebitabili all'avvenuta decisione di dare attuazione all'unificazione monetaria e una situazione internazionale che aveva visto languire il ruolo dell'Europa di fronte all'aggressiva politica estera degli Stati Uniti.

 
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