Commissione: Giovani
Autore: Alessandro Sitta
E-mail: alessandro.sitta@sinistra-europea.it
 

Il partito del nuovo secolo

All’indomani della vittoria nella corsa per la Segreteria del Partito Democratico, Pierluigi Bersani ha detto una cosa interessante ed impegnativa: al di là delle emergenze e delle incombenze quotidiane, il progetto del PD sarà davvero vincente solo se riusciremo a costruire il partito del nuovo secolo.


Ma cosa vuol dire costruire un partito per il XXI secolo?
E soprattutto: cosa vuol dire costruire un partito di centrosinistra, popolare e riformista, all’indomani di una delle peggiori crisi finanziarie della storia e con dinnanzi a noi gli spettri di altre crisi, come quella ambientale, ben più gravi e nefaste?


Una prima traccia per rispondere a questa domanda ce l’hanno offerta qualche mese fa due importanti contributi di due acuti osservatori della realtà contemporanea. In un articolo apparso sul quotidiano La Repubblica, Timothy Garton Ash, rispolverando un vocabolario caro alla socialdemocrazia, richiamava alla necessità di costruire una “economia di mercato sociale” fondata sulla creazione di un forte quadro normativo per le imprese ed accompagnata da istanze di sostenibilità ambientale e di sostenibilità etica, intesa come lotta contro la povertà nel mondo.

 

Sempre attraverso un quotidiano, questa volta l’Unità, è arrivato anche il monito di Alfredo Reichlin, che parlando esplicitamente di “solitudine dell’operaio” e di “tramonto del lavoro”, metteva in luce come l’unica strategia possibile per ricucire lo strappo tra un’economia sempre più finanziarizzata e globale ed una politica sempre più frammentata ed incapace di trasformare l’esistente fosse investire senza riserve sul capitale umano, sul lavoro delle donne e degli uomini.


Queste suggestioni, scelte tra le molte interessanti che stanno animando questo periodo di riflessione all’interno del mondo progressista europeo, ci offrono elementi preziosi per rispondere alla nostra domanda. La grande crisi economica e finanziaria nella quale stiamo vivendo ha messo in luce un’esigenza, ineludibile ed insieme difficilissima: ripensare il capitalismo, sia come teoria economica sia come principio formativo essenziale della società contemporanea, mantenendo ed espandendo i livelli di benessere che abbiamo raggiunto. In questo senso, almeno tre sono i punti di rottura, endogeni al sistema e perciò non occasionali, che sono emersi in maniera chiara e dai quali bisognerà ripartire: la radicalizzazione delle divaricazioni sociali - tra ricchi e poveri, tra top manager ed impiegati, tra un’elite di privilegiati e i normali cittadini, tra rendita e lavoro - fino a livelli insostenibili; l’impotenza della politica, relegata a recitar la scena di “ancella” della grande finanza ed incapace di prospettare un futuro diverso dalla mera riproposizione (magari aggiustata) del passato; la marginalizzazione del lavoro, pensato e trattato alla stregua di una qualsiasi merce, delocalizzato e parcellizzato, svalutato non soltanto nelle sue componenti materiali ed economiche, ma anche in quelle sociali ed esistenziali.


Oltre a questi aspetti, poi, l’urgenza di ripensare un modello di sviluppo basato su livelli parossistici di consumo ed indebitamento è testimoniata da altre due questioni, relegate fino a qualche anno fa al rango di spiacevoli effetti collaterali di un modello comunque virtuoso e che si stanno al contrario affermando con una forza dirompente, tale da minare alle basi qualsiasi tentativo di difesa dello status quo: la questione ambientale e la questione della giustizia globale.


Il 2009 doveva essere un anno cruciale per la lotta ai cambiamenti climatici dovuti al surriscaldamento globale. Purtroppo, dopo gli esiti deludenti del G8 dello scorso luglio, anche l’appuntamento più atteso, la Conferenza di Copenhagen di dicembre, sembra essere stato declassato al livello di incontro interlocutorio, dal quale difficilmente emergeranno impegni vincolanti ed immediatamente operativi. Eppure, mai come in questo frangente servirebbero proprio efficacia e tempestività. L’emergenza climatica rappresenta, infatti, il fattore di rischio maggiore che la comunità internazionale deve affrontare, rischio che minaccia di aggravare la povertà minando ancora di più la sicurezza alimentare ed idrica di milioni di persone, minaccia di causare danni irreparabili all’ecosistema costringendo centinaia di migliaia di donne e uomini a lasciare le proprie terre e a rifugiarsi in altri luoghi, minaccia di destabilizzare ulteriormente il quadro geopolitico, spingendo ad una competizione sempre più accesa per le risorse che man mano vanno esaurendosi. E non è solo il surriscaldamento globale a mettere a repentaglio il godimento dei diritti fondamentali: il tentativo del mercantilismo esasperato di privatizzare i beni pubblici globali, primo fra tutti l’acqua, continua senza sosta, appoggiato in Europa e purtroppo anche in Italia da una politica disposta a barattare il diritto di tutti con il privilegio e l’interesse di pochi. 

 

Proprio per questi motivi, sarebbe oggi indispensabile rilanciare quel processo di rivoluzione tecnologica ed industriale fondata sull’utilizzo di energie rinnovabili e sull’efficienza energetica che ancora stenta a decollare appieno e, nel contempo, mantenersi saldi nel rispetto di impegni rigorosi e seri di riduzione delle emissioni di gas serra (meno 25-40% entro il 2020 per i paesi industrializzati, meno 80% entro il 2050 a livello globale). È compito dei paesi più ricchi, e al loro interno alle forze progressiste e riformiste, porsi alla testa di questa grande rivoluzione, che non sarà immediata né indolore e che dovrà inevitabilmente fare i conti con i limiti del modello di sviluppo per reinventarli con creatività e lungimiranza. È compito dei paesi ricchi almeno per due ordini di ragioni: perché sono i maggiori responsabili dell’inquinamento “storico” del pianeta e perché posseggono i fondi e le tecnologie necessarie per aiutare anche i paesi in transizione ed i paesi in via di sviluppo a conciliare le esigenze della sostenibilità ambientale globale con quelle, altrettanto urgenti, di crescita e di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni.

 

[Pagina precedente] [Pagina successiva]
[Archivio]

NewsletterNewsletter

Newsletter quindicinale della Sezione Italiana della S.E.

Nome:
E-mail:
 

GuestbookGuestbook

Se vuoi portarci il tuo saluto, vuoi esprimere un'opinione o darci un consiglio...

firma il nostro guestbook

MailLe vostre lettere

Se vuoi dare un contributo al dibattito sui temi della politica italiana ed europea...

inviaci una lettera

oppure

leggi le lettere già spedite

LibriLibri

Sigfrido Sozzi,
 politico e amministratore

Casa Ed.: Piero Lacaita
Collana: Strumenti e fonti.
Prezzo: 15,00 €

Il contributo

La Costituzione europea

di: Gian Piero Orsello

Valid XHTML 1.0!

Valid CSS!