Commissione: Giovani
Autore: Alessandro Sitta
E-mail: alessandro.sitta@sinistra-europea.it
 

E siamo così giunti alla seconda questione, quella relativa alla giustizia globale. Anche qui, purtroppo, occorre partire da un fallimento appena consumatosi: il Summit della FAO di qualche giorno fa a Roma, dove alla richiesta delle Nazioni Unite di un finanziamento immediato di 44 miliardi di dollari necessari per arrestare il dilagare della crisi alimentare che costringe alla fame oltre 1 miliardo di persone nel mondo, i paesi ricchi hanno risposto con la promessa insufficiente, già fatta lo scorso luglio a L’Aquila e da allora peraltro rimasta tale, di 20 miliardi di dollari in tre anni. Ora, che un sistema politico-economico che non riesce a trovare 40 miliardi di dollari per salvare la vita di 1/6 della propria popolazione, quando pochi mesi prima ne ha trovati dieci volte tanti per coprire le nefandezze dei propri banchieri, sia un sistema pervaso da una profonda crisi politica prima ancora che morale, mi sembra abbastanza evidente. Eppure, prima o poi qualche cosa bisognerà fare per affrontare senza reticenze il tema dell’ingiustizia globale e del sistema che ne sta alla base. Perché, per la maggioranza dei suoi abitanti, il nostro è ancora un mondo di ingiustizie, di diritti violati e di disuguaglianze. Bastino in questo senso alcuni esempi, scelti tra i molti possibili: la distribuzione della ricchezza mondiale (diversa dal reddito perché comprende il solo capitale e non il lavoro) vede il 40% della ricchezza nelle mani dell’1% della popolazione adulta e ben l’85 per cento nelle mani del 10% più fortunato. In termini di reddito, le cose non vanno meglio: nel 2002, il 10 per cento della popolazione mondiale controllava oltre 2/3 del reddito. Se facciamo un raffronto tra il 20% più ricco e il 20% più povero degli abitanti della Terra, vediamo che il primo controlla l'86% del Prodotto Interno Lordo mondiale contro l'1% del secondo, l'82% dei mercati mondiali delle esportazioni contro l’1%, il 68% degli investimenti diretti esteri contro l’1%. Il reddito sommato dei 500 uomini più ricchi del mondo è superiore a quello dei 416.000.000 più poveri. Si stima che, nel 2007, poco più di 2 milioni di persone siano morte di AIDS: di queste, il 77% erano africani.

 

Questa situazione, che rispecchia a livello planetario la stessa divaricazione che si sta verificando sempre di più anche all’interno dei singoli paesi, non è né casuale né inevitabile. Piuttosto, essa è il frutto di precise scelte politiche ed economiche, che hanno determinato in questi anni un profondo divario nell’accesso ai potenziali benefici portati dalla globalizzazione dei mercati. Anche in questo caso, ciò che appare evidente è la necessità di cambiamenti profondi nelle istituzioni, nelle politiche e negli stili di vita individuali. Esiste una struttura di responsabilità comune, che chiama in causa direttamente le scelte ed i comportamenti non soltanto delle organizzazioni internazionali e dei governi nazionali, ma anche dei soggetti industriali e finanziari privati, della società civile e dei semplici individui.


E siamo così giunti all’ultimo punto cui accennavamo all’inizio: la riforma che la realtà delle società capitaliste oggi chiede non può essere limitata soltanto ai principi economici e ai meccanismi finanziari, ma deve investire l’essenza viva dei rapporti e delle relazioni tra le persone, il senso profondo dell’appartenenza ad una comunità, l’idea di un futuro collettivo. Non si tratta più, come accadeva in passato, di difendere i diritti soltanto di una classe sociale, di mettere pezzi di società gli uni contro gli altri. Si tratta piuttosto di recuperare una narrazione comune, capace di riunire insieme i brandelli di un mondo dilaniato da 30 anni di sfrenata esaltazione dell’individualismo, ritessendo la trama di un senso smarrito, di un destino da costruire come comunità nazionale e mondiale. Si tratta di ricostruire il senso profondo dell’esercizio della cittadinanza, fondato su regole, diritti, responsabilità e solidarietà collettiva.


In Italia, questo compito spetta in prima istanza al Partito Democratico, in virtù della sua discendenza storica e degli obiettivi che si è prefissato. Certo, non è un compito tale da poter essere realizzato da soli. Bisogna richiamare tutte le energie attive e vitali che sul territorio nazionale condividono le necessità appena richiamate, organizzarle in un vasto e profondo piano riformista che sappia permeare di sé i luoghi veri della vita delle persone. Bisogna puntare senza esitazioni sull’Europa, un’Europa forte ed autorevole, capace di farsi interprete di queste esigenze di progresso nel mondo, un Europa federale efficiente e capace di prendere decisioni tempestive. Bisogna ricostruire, insieme alle forze progressiste europee e a quelle degli altri continenti, una nuova idea di mondo, con il realismo che le relazioni internazionali richiedono ma anche con il coraggio ideale che le necessità attuali impongono, restituendo alla politica quella primazia sull’economia e sugli interessi privati che deve per sua stessa natura avere. A mio parere, il Partito Democratico ha tutte le carte per essere all’altezza del ruolo cui è chiamato, a patto che non si chiuda dentro di sé, che non si limiti a guardare all’Italia e ai suoi problemi, che non ceda, come fanno le attuali forze di Governo, alla tentazione di alimentare paure a scopo di propaganda, ma sappia piuttosto articolare le grandi battaglie sociali ed economiche, le grandi lotte sui diritti e sulle regole con occhio attento al mondo intorno a noi. Il Partito Democratico ce la può fare perché è fatto di donne e uomini che uniscono competenza e passione ideale, perché rappresenta per molti italiani un punto di riferimento vero e presente e perché porta in sé l’eredità delle grandi tradizioni politiche popolari e progressiste, quelle che nel XX secolo hanno saputo condurre milioni di persone in un cammino di sviluppo, benessere e diritti fino ad allora inimmaginabile.

 

E che sono ora chiamate a farlo anche per il secolo a venire.   

 

 
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