Data pubblicazione: 12/12/2009
 

Da Kyoto a Copenhagen

 

Non possiamo e non vogliamo esimerci dal rappresentare il nostro sconcerto per la non decisione del vertice apec di singapore e per quello che e’ stato definito l’accordo al ribasso tra usa e cina.

 

Siamo sbalorditi che il tanto atteso accordo sui tagli alle emissioni di co2 al vertice di copenaghen potrebbe slittare. Se restiamo ai fatti l’asse washington-pechino ha prevalso, ma ancor piu’ sconcertante e’ che le lobby industriali americane , da sempre contrarie , abbiano potuto , ancora una volta, prevalere relegando nelle varie ed eventuali il vero grande problema della riforma planetaria dell’ambiente a tutela dell’uomo , dei suoi diritti e delle sue legittime aspettative. a nessuno sfugge la realta’ ; kyoto si allontana sempre di piu’ , copenaghen si riduce ad una scatola vuota, pero’ i due grandi , almeno a parole , si dichiarano disponibili ad opporsi al protezionismo in tutte le sue manifestazioni e anzi a rifiutarlo. e’ notizia delle ultime ore che trichet e’ in cina e che aquanto da lui stesso dichiarato “ sarebbe opportuno che la cina rivalutasse lo yuan “.

 

Se si potevano nutrire dubbi sulla motivazione del naufragio della trattativa tra usa e cina sono stati fugati. la cina e’ ormai un colosso mondiale della economia planetaria, e da vero gigante non si e’ lasciata intimidire dall’altro colosso mondialwe americno e anzi, con mossa astuta e ben studiata ha rilanciato, gettando sul tavolo della trattativa di copenaghen una proposta interessante quanto azzardata che e’ quella di ridurre le emissioni di co2 entro lo stesso anno ma a patto che sia legato al pil e quindi all’andamento dell’economia.

 

L’ambiente diventerebbe, inprescindibilmente, legato alla crescita economica con il duplice scopo di controllare ,da vicino, l’europa costringendo i 190 paesi invitati a copenaghen a misure effettive, reali e inoppugngabili.

 

Volendo riassumere brevemente le posizioni dei vari paesi interessati : la cina sarebbe pronta, cosi’ dice, all'aumento del 40 % dell’efficienza energatica entro il 2020 ma certamente frena sul taglio totale; gli usa sarebbero disponibili al taglio del 17 % ( solo 3 punti percentuali rispetto al 1990; l’unione europea si attesta su una previsione del 20 % rispetto al 1990 con una riduzione del 30% ma solo se gli altri paesi manterranno i loro obblighi; a guidare la pattuglia dei non allineati e’ rimasta l’india la quale si dichiara disponibile all’abbattimento del 20-25 % entro il 2020 a patto di aiuti economici per l’energia pilita. la sinistra europea si dichiara sconcertata dalla possibilita’ che da tale accordo possa scaturire la nullita’ della riduzione del 50 % delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050, e ancora piu’ sconcertante la possibilita’ di relegare l’unione europea ad un ruolo marginale nel gioco dei grandi della terra.

 

Ci siamo sempre sforzati di non apparire antiamericani o peggio anticinesi, dalai lama permettendo; ma la salute del genere umano e’ certamente prioritaria rispetto al mero interesse economico e all’interesse delle proprie industrie nazionali al pari delle garanzie che l’iran deve fornire , come ha detto giustamente obama, che il programma nucleare sia pacifico e trasparente. se e’’ vero , come e’ vero, che le emissioni di co2 hanno rotto l’equilibrio naturale ; che negli ultimi 50 anni la media di tali emissioni e’ stata pari al 43% ; che da soli cina e india hanno piu’ che raddoppiato dal ’59; e che le sole emissioni di co2 da cobustibili fossili sono aumentate del 3,4 % negli ultimi 10 anni allora confermiamo di essere veramente sconcertati. il diktat di singapore se voleva umiliare l’unione europea c’e’ riuscto.

 

Se poi dovessimo assumere il dato riportato su un quotidiano italiano che “se la cina dovesse arrivare al tenore di consumo americano le sue emissioni di co2 crescerebbero del 138 %, se invece si fermasse al livello francese crescerebbero solo del 28 %”, chiaro quindi che il ruolo che l’europa unita puo’ e deve svolgere non deve essere considerato marginale. per questo non possiamo che rallegrarci della proposta francese che entro il 2010 si crei ufficialmente una organizzazione dell’ambiente.

 

Da ultimo ma non certo meno importante, l’uscita francamente poco felice della cancelliera tedesca angela merkel il cui riferimento al rapporto speciale con francia e america preluderebbe ad un ulteriore asse storico, dopo quello tra cina america, e relativa accelerazione della stessa merkel sul” capire l’africa, l’asia e l’america latina”. l’europa di tutto ha bisogno tranne che di primi della classe.

 

Se l’europa unita piange , l’italia certo non si consola. Se ci attenessimo alle sole dichiarazioni giornalistiche , televisive e governative, dovremmo acquisire il dato confortante che la fiducia nella crescita del nostro paese è fortemente aumentata e che l’uscita dal tunnel della crisi mondiale è a portata di mano ma non possiamo certo sottacere che rimane invariato se non peggiorato il problema dei problemi e cioè l’occupazione specchio sociale e civile della economia degli stati.

 

A nessuno di noi è certamente sfuggito il dato , questo si veramente sconfortante , che tale dato permarrà fino a tutto il 2011 e che i dati forniti dall’inps, dall’istat dall’ocse ed altri, ovviamente fermi al solo 2007 e cioè prima della crisi, i soli lavoratori precari erano oltre 4.000.000 dei quali un quarto non occupati ( ben il 25 % sul totale ) , che nel solo mese di ottobre 2009 ( dati istat ) i disoccupati hanno sfondato la soglia dei 2.000.000 , che i contratti a termine erano oltre i 2.000.000 per non parlare poi di quei poveri cristi ai quali per avere una occupazione semi-precaria le aziende li obbligano ad aprire la partita iva valga per tutti l’esempio scellerato dei call-center in piena sintonia con la famosa e altrettanto scellerata fiananza creativa di infelice memoria.

 

Cosi’ come a nessuno è sfuggita la polemica di questi ultimi giorni sul ruolo delle banche colpevoli di aver strozzato il sistema. Ci chiediamo come è possibile che possano essere in eccesso di liquidità mentre le piccole e medie aziende languono per mancanza di commesse ma soprattutto perché gli viene negato, di fatto, l’accesso al credito mentre per le aziende medio grandi sono sempre disponibili nel proporre investimenti alternativi.

 

Che l’aridità del servizio bancario debba e possa prevalere sul fattore umano , sociale e morale è cosa nota rifiutiamo l’idea che queste possano essere considerate servizio pubblico.

 

Pietro orlandini

 

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